it’s just a deadend world
November 4th, 2006
prologo
Una manciata di settimane fa stavo viaggiando sul tranvai numero 4, reggendomi agli appositi sostegni, non senza con una certa arroganza derivata dalla oramai manifesta conquista del pollice opponibile. Nelle cuffie uno a caso tra D-Generation, Black Halos o Smack, in mano (quella non impegnata dall’apposito sostegno) un libercolo a dir poco geniale di Ric Browde. Insomma, i presupposti per gridare mentalmente “Hello World” senza necessariamente pensare al mio primo script di .php c’erano tutti. Un vecchio babbuino seduto di fronte a me mi fissava insistente, ostentando un bastone nodoso quasi a voler dimostrare che, nonostante l’età, il più cazzuto fosse lui. Frega sega dell’invidia del pene, così continuavo beato a farmi gli affari miei, nonostante il vecchio cercasse di impressionarmi inanellando spocchioso una serie di varial flip 360. Non sulla tavola da skate, ma roteando con la lingua la dentiera, beninteso. Incominciavo ad empatizzare verso il primate, da me ribattezzato affettuosamente Peralta, e dopo un kick tail grab, realizzai che la scimmia era un emissario della Old School. “Prossima fermata, stadio e palasport Olimpico” - era giunta l’ora di scendere, così ammiccai con gratitudine apesexual al vecchio, e mi ripromisi di portare sempre una banana in borsa, per offrirgliela in cambio magari di un impossible. E di tornare a skateare, palese.
I vecchi della scena
Cosa c’è di più old school delle care vecchie fanzine cartacee? Probabilmente un sacco di cose, Elvis, il grammofono e la Fiat 127 color senape su cui sboccavo da piccolo (cosa da imputare non a un precoce abuso di alcolici bensì a una più banale intolleranza alla guida paterna), tanto per dire… ma l’universo cartaceo DIY, quello sì che ha segnato la “mia old school”. Imbustare 3 pezzi da mille e ricevere una busta gialla (come la 127), accompagnata da curiose letterine il cui formato cartaceo variava da da quello del pane a quello intestato “Carrozzeria Messina”, sciropparsi interviste et recensioni di band allora e - 99.9% - tutt’ora sconosciute, partire infine a spaccare il cazzo al mercante vinilico di fiducia. Una delle mete preferite di quando bazzicavo nell’eporediese era il negozio di Gianni, ribattezzato con affetto “Il Pazzo”, per la sua attitudine a partire in voli pindarici nell’elogio di qualsiasi vinile l’incauto avventore prendesse in mano - memorabile il giorno in cui salì sul bancone tenendo un comizio à-la Hyde Park sulla sua giovinezza e le follie nei 60s, la sua foga era tale che rigoli di bava gli scendevano dagli angoli della bocca. Io e il mio amico Gabber rischiammo di uscire con due buste di beat, quella volta. E di affittare una Ferrari per andare a fiondare (cit), ma questa è un’altra storia…
Ad ogni modo ci si sentiva parte di qualcosa, una carboneria dell’hardcore, una loggia massonica dell’hair metal… de gustibus, un po’ come funziona con le palline dei gelati. E il trait d’union, il cono quindi, era la dimensione underground. E il pamphlet cartaceo permetteva un contatto tra noi disadattati, facendoci sentire persino un po’ fighi, anche perché avevamo imparato cosa significava “subcultura” senza ricorrere al Devoto-Oli. Sticazzi! Timidamente il contatto cartaceo iniziava a diventare fighetto e digitale, epocale l’ingresso di ICQ nel mio hard disk - correva il 98-99, e conobbi amici persino più disadattati con cui mi trovai a scorazzare alle 6 di mattina in via Roma ascoltando, commossi dall’alcol, “ride the wind” dei Poison, mentre la gente usciva di casa per andare a lavorare cristonando, nonostante gli addobbi di Natale ammonissero che bisognava essere tutti più buoni.
All’epoca Alice era ancora nel paese delle meraviglie a mangiare funghi e noi ragazzi digitali si aveva, se andava bene, il 56k, che teneva il telefono occupato e rendeva piuttosto proibitivo scaricare gli mp3… scaricare un intero album con Napster richiedeva una stoica settimana per cui raramente il giuoco valeva la candela. Allora il tape trading aveva ancora il suo perché, e si correva a recuperare la fanzine, alla ricerca di numeri e indirizzi annotati sul manufatto cartaceo. “Dove cazzo l’avrò messa… scommetto che è finita dietro la cesta della roba sporca in bagno”. A ben pensarci la portabilità della fanzine era un’altra storia, la si poteva leggere ovunque, a differenza della sua evoluzione odierna in veste CMS - a meno che uno non sia così idiota da andare al cesso col palmare.